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A Trieste la prima comunità per persone con disagio psichico

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(Ultimo aggiornamento: 12 Marzo 2018)

 

recovery houseRiprendere in mano la propria vita dopo l’esperienza devastante del disagio psichico? A Trieste si può. Infatti, grazie ad una rete di attori che comprende il Dipartimento di Salute Mentale, la cooperativa sociale Germano, la International Mental Health Collaborating Network (Imhcn) e la  Comunità di San Martino al Campo, a maggio di quest’anno è stato avviato il progetto “Recovery House”: un’esperienza di vita in comune per persone che vivono il disagio psichico.

«Si tratta di giovani tra i 20 e i 30 anni», spiega Izabel Marin, assistente sociale che insieme a Carlotta Baldi, psichiatra, e Raffaella Strain, tecnico della riabilitazione, si occupa del coordinamento scientifico del progetto. «Il servizio di salute mentale individua le persone con dei criteri di inclusione», prosegue, «e offre la possibilità di costruire un percorso altamente individualizzato, circoscritto nel tempo (attualmente sei mesi), con l’obiettivo di innescare un cambiamento nel percorso di ciascuno. Sono le persone a scegliere se questo tipo di esperienza fa per loro: si tratta di una scelta informata».

L’esperienza di Recovery House è abbastanza nuova in Italia: un primo esperimento a Faenza nel 2013, durato tre mesi, che però non ha avuto seguito. A Trieste «vista anche la sua storia, tutto è reso più facile dall’articolazione della rete dei servizi di salute mentale, che include e viene attraversata da questa nuova esperienza: partendo dai diritti e dalla responsabilità di cittadini con un disagio psichico, si costruiscono percorsi di ripresa in cui scoprire qualcosa di nuovo di se stessi, grazie alla relazione e al confronto con gli altri, al dialogo in profondità con persone di fiducia, condividendo “un pezzo di strada” nella prospettiva di un rinnovato senso di speranza», prosegue Marin.

La vita quotidiana all’interno del progetto è scandita dai gruppi di condivisione, dall’organizzazione dei servizi in casa, dagli impegni dei singoli ospiti e soprattutto dalla costruzione di un piano di sviluppo individuale, fatto attraverso un semplice foglio bianco (il cosiddetto “Path”, Planning Alternative Tomorrow with Hope) sul quale la persona, con il supporto dell’operatore, costruisce giorno per giorno un nuovo percorso di vita. Fondamentale il ruolo dei familiari perché, afferma ancora Marin, «si sono messi in gioco con grande impegno, rendendosi disponibili ad accogliere i familiari dei nuovi ospiti che arriveranno».

Un cammino non esente da difficoltà per gli operatori che, nuovi a questo tipo di esperienza, hanno dovuto «spogliarsi del proprio ruolo di “esperti”, per entrare nella dinamica della persona e rispettarne tempi e modalità di percorso: considerandola la prima esperta di se stessa».

E a sancire il successo di questa esperienza sono i ragazzi, che si sono riappropriati della vita con coraggio: come Michael, che ha ripreso gli studi universitari e sta iniziando la tesi; come Anna, che adora cucinare e vorrebbe fare la cuocarecovery house per i nuovi ospiti. O come Giovanni, abilissimo disegnatore, che sta portando a termine quello che lui chiama  “Progetto video”: un percorso per immagini che racconta storie di sofferenza e di rinascita. Quelle dei giovani che, grazie alla Recovery, hanno ricominciato la loro “seconda vita”.

di Luisa Pozzar [da Famiglia Cristiana]

(nelle due foto: un momento di svago tra ospiti e operatori; e il luogo in cui è nata Recovery House)

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