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La malattia mentale: una questione di (s)fondo degli anni Sessanta

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(Ultimo aggiornamento: 7 Marzo 2016)

da VACLAV  BELOHRADSKY “Dispensa di sociologia”

loveL’esempio importante di una questione di (s)fondo è l’enorme impatto che ha avuto su tutta la società la concezione antipsichiatrica e “anti-manicomiale” della malattia mentale.  “Le parole per fare le domande da non fare” sono state trovate da Basaglia e da altri psichiatri sul finire degli anni Sessanta: la “follia” veniva interpretata come una risposta “disperata” dell’individuo alla condizione “umanamente insopportabile”, cui è costretto dal “sistema capitalista”, basato sull’efficientismo, consumismo e privo totalmente di senso umano   – “solo una persona non mentalmente sana, può essere normale in questo sistema”, ha scritto Erich Fromm. Il “sistema” impone il conformismo totale, ogni ribellione deve essere curata mediante l’istituzionalizzazione del ribelle. Alla base del disagio mentale è la comunicazione distorta, la censura ideologica e l’unidimensionalità della vita nella società industriale di massa. Ecco una formulazione tipica:

“Il malato è vittima  dell’oppressione sociale e la sua incapacità di conformarsi ai canoni della società viene repressa come reazione antisociale. D’altra parte, la pazzia viene interpretata non solamente come anormalità, ma anche come originalità e genialità che trasgredisce  la norma ma che, contemporaneamente, può esprimere lo spirito umano in modo più spontaneo, al di fuori di ogni schematismo convenzionale” (cf. Pavesi 1997, http://users.iol.it/idis)

Lo scrittore Mario Tobino, di professione psichiatra, riassume nel suo libro di racconti “Per le antiche scale” (Premio Campiello 1972) che hanno per protagonisti i malati di mente, il concetto di follia dominante in quegli anni con queste ironiche parole:

“… oggi è di moda, un andazzo, specie presso i medici giovani, psichiatri innovatori, di sdrammatizzare la pazzia, dichiararla non pericolosa, affermare che non esiste; e non la vogliono riconoscere neppure quando tragicamente si presenta. E se delle volte la pazzia li colpisce proprio sul muso, che è impossibile dire di no, allora ripiegano sulla società, incolpano questa, che è malformata, la società la profonda causa delle malattie mentali.”

Come  ha testimoniato  a suo tempo  l’immenso  successo  di massa del  film di Milos Forman “Qualcuno volò sul nido di cuculo” e l’eccezionale risonanza filosofica e politica che la concezione “de- istituzionalizzata” della malattia mentale ha avuto tra gli intellettuali negli anni Sessanta e Settanta, la maggioranza dei giovani ha vissuto la storia della “liberazione dei matti coatti”, dei “matti da slegare” per citare uno slogan celebre di quegli anni, come la storia del loro disagio, come la metafora della loro rivolta contro la maggioranza deviante. Il disagio psichico, la follia, la mente turbata, divennero così l’allegoria dell’irrequietezza intellettuale e morale di massa che ha pervaso tutte le società industriali in quegli anni, innescando una stagione storica di eccezionale effervescenza collettiva.

Anche il film di Marco Tullio Giordana La meglio gioventù, che aspira ad essere, a giusto titolo, una cronaca delle lotte politiche e culturali in Italia del dopoguerra, conferma la centralità del tema del disagio mentale. Il filo conduttore delle molte storie che il film racconta è appunto la lotta per restituire la parola ai malati di mente, cui è stata negata dalla logica dei manicomi. Marco Tullio Giordana dice in un’intervista sul suo film che “la malattia mentale è un disagio profondo che dipende molto da come gli altri entrano in relazione con la persona malata”. Questa concezione forte del potere – sia distruttivo sia terapeutico – della relazione sociale,  della comunicazione consapevole con gli altri, è la chiave per capire le ragioni dell’impatto così forte di questo tema negli anni Sessanta, negli anni in cui si formava il “villaggio globale” o la “società della comunicazione”.

In Italia la concezione anti-psichiatrica della malattia mentale, applicata da Franco Basaglia e i suoi collaboratori negli ospedali di Gorizia e di Trieste, viene recepita dalla legge n. 180 del 1978 che di fatto abolisce i manicomi. Il varo di questa legge ha messo in moto in Italia una profonda revisione dell’“istituzione  manicomiale”  ispirata  alla  teoria,  secondo  cui  “bisogna  contaminare  la  normalità”, ovvero riconoscere proprio nella normalità deviante della maggioranza (“La maggioranza deviante” è il titolo del celebre libro di Basaglia) il luogo d’origine della malattia mentale. Questa critica del concetto “psichiatrico” di malattia mentale voleva   ascoltare “le persone e la loro storia e non la storia della malattia e delle istituzioni che la contengono, i bisogni delle persone e non i bisogni di riproduzione dell’istituzione”. Il sociologo Erving Goffman, autore del libro – manifesto di quegli anni “Asylums, le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza”, ha coniato l’espressione “insanità del luogo”, con il quale indicava come luogo della malattia non l’individuo, il malato, ma l’istituzione di cura, la sua logica oppressiva, che “produce il malato”, perché in questi luoghi gli uomini sono tenuti in condizioni tali da poter adattarvisi solo attraverso la pazzia – diventando folli. I sintomi della malattia mentale sono dunque forme di rivolta della ragione minoritaria contro la ragione deviante della maggioranza, forme di lotta contro i luoghi, dove viene negato alla persona il diritto di avere un sé, un’identità, i bisogni propri. Ecco una definizione dell’istituzione totale e del “rovesciamento dell’istituzione totale psichiatrica” quale presupposto politico-sociale della terapia, dell’uscita dalla malattia:

“Un’istituzione totale … può essere ritenuta come il luogo in cui un gruppo di persone viene determinato da altre, senza che sia lasciata una sola alternativa al tipo di vita imposto. Appartenere ad un’istituzione totale significa  essere in  balia del controllo,  del giudizio e dei progetti  altrui  (…)  Nel  caso di  un’istituzione  totale  quale è  l’Ospedale  Psichiatrico  (…)  gli internati sono costretti a considerare le misure di protezione prese contro di loro, come unico significato della loro esistenza” (Basaglia, 1998, 323).

La malattia mentale interpretata come caso estremo di istituzionalizzazione che priva  l’individuo di ogni possibilità di resistere alle definizioni che i sorveglianti danno di lui,  diventava una questione di (s)fondo: l’istituzione manicomiale nega la voce di chi è diverso, lo psichiatra è il guardiano di un ordine che cerca di riprodursi attraverso la repressione e la normalizzazione di tutti – il manicomio è lo strumento della società folle per distruggere le ragioni di chi si rivolta contro di essa.

Ora,  il  fatto  politico  di  assoluta  rilevanza  è  che  la  percezione  che  negli  anni  Sessanta  la maggioranza dei giovani aveva della “società democratica del benessere” in cui viveva, era quella di un luogo “insano”, dove si pretendeva che le misure prese per controllarli fossero “l’unico significato vero della loro esistenza”. Lo (anti)psichiatra Szasz ha riassunto il ribellismo di massa di quegli anni in questa massima:   “In the animal kingdom the rule is eat or be eaten; in the human kingdom, define or be defined” (nel regno animale vale la regola, divora o sarai divorato; nel regno umano invece, definisci o sarai definito)”. Questa formulazione esagera certamente la differenza tra il regno animale e quello umano

– per essere divorato è necessario, pure nel regno animale, essere prima definito come preda. La tensione irriducibile tra il “definire” e il “venir definito” riguarda in realtà tutto ciò che è vivo, tutto ciò che è caratterizzato dall’ “auto-riferimento” nel senso di Luhmann.

Gli anni Sessanta erano sicuramente, dal punto di vista sociologico, una ribellione di massa dei giovani, guidati dagli studenti universitari, contro l’“essere definiti” dal sistema, dai suoi apparati e meccanismi anonimi:  la malattia mentale irrompe nello spazio pubblico come una potente allegoria della logica del mostruoso apparato al servizio del “sistema” e della normalità deviante che impone a tutti espropriando l’individuo di ogni diritto di definire se stesso, i suoi bisogni e le situazioni in cui vive. La questione di (s)fondo sulla possibilità di essere razionali come individui in una società folle che l’interpretazione “anti-istituzionale” della  malattia  mentale  elabora e propone nello  spazio  pubblico, divenne  negli  anni  Sessanta  motivo  di     movimenti  sociali  di  grande  forza  propositiva  e  di un’effervescenza collettiva dei giovani, intensa e contagiosa.

Ricordiamo le formulazioni più tipiche: “Si è partiti dall’incontro con la realtà manicomiale, che è tragica perché oppressiva. (…) Il malato mentale è malato soprattutto perché è un escluso, abbandonato da tutti; perché è una persona senza diritti, nei confronti della quale tutto è possibile. Per questo noi neghiamo (…) la disumanizzazione del malato come risultato ultimo della malattia, imputandone il livello di distruzione alla violenza…dell’istituto, delle sue mortificazioni, prevaricazioni e imposizioni; che ci rimandano poi alla violenza, alle prevaricazioni, alle mortificazioni su cui si fonda il nostro sistema sociale. Tutto questo è potuto avvenire perché la scienza – sempre al servizio della classe dominante – aveva deciso che il malato mentale era un malato incomprensibile (…) lasciandogli come unica possibilità la morte civile” (Basaglia, 1968, 33.) “Significherebbe agire  come il governo Andreotti che di fronte al fatto del terrorismo crea delle carceri (…) e non affronta il problema reale…Allora noi, di fronte al problema del manicomio, di fronte al malato che uccide, e dico del sistema malato in maniera provocatoria, noi sopportiamo le conseguenze ed affrontiamo il braccio secolare del potere. E diciamo: Benissimo, è avvenuto questo. Perché è avvenuto? Noi abbiamo evidenziato che il manicomio (…) è il luogo nel quale viene contenuto il terrorismo, la paura che la gente ha della follia che è terrorismo (…) Cosa viene fatto normalmente? Si risolve la questione del terrorismo attraverso la repressione” (da La nave che affonda, 1978).

La malattia mentale si carica di rilevanza politica, perché la condizione del malato rinchiuso per essere normalizzato viene sentita come metafora universale della condizione umana e così diventa chiave per aprire una questione di (s)fondo che svuota l’egemonia politica e i blocchi storici su cui regge; il potere politico come potere di normalizzazione è ora di grande attualità: è questo il volto proprio del potere politico nella società postindustriale ad altro contenuto di conoscenza specializzata? La malattia mentale, interpretata ora come la forma più insidiosa della disconferma che il potere riserva a chi non si adatta alla sua “sorda volontà di autoriproduzione”, porta ad una mobilitazione di massa e in seguito ad una radicale ridefinizione del quadro in cui si è definiti “malati di mente”.

L’interpretazione anti-psichiatrica della malattia mentale sovverte anche il concetto tecnico- amministrativo della guarigione; una guarigione reale dipende ora dalla rivoluzione sociale e politica, capace di “rovesciare la malattia sulla società e le sue istituzioni, sulla sua normalità blindata”. La sovversione del quadro in cui viene vissuta la malattia mentale, il rigetto delle sue definizioni “tecniche”, consiste nel riconoscere alle persone “folli” e alle loro definizioni “anormali” della situazione un senso di protesta “autenticamente umano”: emancipare il singolo dal suo disagio psichico presuppone l’emancipazione della società nel suo insieme dai modi di vita imposti come normali dalla sua maggioranza deviante.

Questa ridefinizione della malattia mentale divenne così una questione di (s)fondo degli anni Sessanta: alla malattia viene riconosciuto un contenuto positivo che la società deve apprendere, attraverso i  suoi  sintomi  il  malato   resiste  agli  effetti  “insani”  che   il  luogo   dove  vive   ha   su  di  lui. Quest’interpretazione sfonda il quadro che determina la differenza normalità/devianza, scienza/valori, realtà/allucinazione, sconnette le concatenazioni delle definizioni giuridico-scientifico-morali- amministrative del disagio mentale e relativizza radicalmente il concetto egemonico di razionalità rendendolo molto più inclusivo.

Le interviste ai familiari dei malati mentali (cf. Operti, 2001) dimostrano che questi percepiscono la definizione antipsichiatrica della malattia mentale come un concetto “accusatorio”, come una colpevolizzazione ingiusta dei familiari come se il loro deficit affettivo e o modi distorti di comunicare fosse la causa della malattia. Ecco alcuni passi da un’intervista alla presidentessa dell’Arap, (www.arap.it, associazione dei familiari con malati mentali a carico): “Mio figlio è schizofrenico (…) Quando si è ammalato sono venuti a casa nostra due psichiatri e hanno incominciato a dire che era colpa della famiglia. Con mio marito ci domandavamo: ma dove abbiamo sbagliato, cosa abbiamo fatto? (…) Quando mio figlio si è ammalato a casa rompeva tutto… E questi psichiatri continuavano a incolparci. Per curare i nostri malati si dovevano fare delle riunioni. Erano presenti psichiatri, infermieri, familiari e malati. Era un continuo gridare, sembrava di stare al mercato (…) A noi però questo metodo non piaceva (…).”

Gli anni Sessanta sono caratterizzati dalla “sovraculturalizzazione”, ovvero dall’enorme sopravvalutazione della  trasmissione dell’informazione attraverso  i simboli rispetto  alla trasmissione dell’informazione attraverso il gene, dalla sopravalutazione del sociale rispetto al biologico nel definire la malattia mentale. Dal punto di vista di storia delle idee, l’interpretazione anti-psichiatrica della malattia mentale  non è  che  il  segno  più  importante di  questa sovra-culturalizzazione dell’epoca: essa  viene interpretata come sintomo di un uso strumentale, manipolatorio, oppressivo dei simboli, come effetto di una comunicazione distorta, chiusa, riduttiva, egoistica e violenta, non orientata all’ascolto dell’altro, della sua diversità, ma esclusivamente al profitto, al dominio e alla manipolazione; l’interpretazione biologica della malattia, cercare la sua origine e causa nel biologico invece che nel sociale, nei geni anziché  nei  simboli,  nella  comunicazione  biologica  anziché  simbolica,  la  sua  trasmissione  per  via genetica anziché per via della comunicazione distorta interpersonale, viene rifiutata come “fascista”, come visione poliziesca dell’identità umana, asservita totalmente alla difesa dello status quo.

Ecco un brano significativo:

“(…) sotto orpelli pseudoscientifici, un modo di pensare modellato sulla biologia dissimula maldestramente  il  suo  pessimismo  fondamentale  circa  le  possibilità  di  terapia  di  un  malato mentale.  Il  pensiero  biologico  viene  asservito  alla  segregazione…se  in  una  famiglia  vi  sono numerosi malati, si pretende che ciò accada perché le malattie mentali sono ereditarie, trasmesse…da geni particolari. Ne consegue una prospettiva eugenica, pessimistica e segregatrice” (Hochmann, 1973,193).

Gli anni Ottanta hanno segnato una svolta nei confronti del massaggio degli anni Sessanta, rispetto allo “The Spirit of the Sixthies”: le devianze in genere e la malattia mentale in particolare tornano prepotentemente ad essere un problema biologico – vengono scoperti i geni che determinano le nostre propensioni verso l’alcolismo, la violenza, persino la promiscuità sessuale ecc. Il gigante farmaceutico svizzero Roche ha annunciato verso la fine dell’ottobre 2000 che gli scienziati islandesi hanno scoperto il gene  della  schizofrenia,  e  che,  acquisiti  i  risultati della  ricerca  dall’azienda  privata  biotecnologica islandese deCode genetics, stanno ora sviluppando un medicinale nuovo.

La sopravvalutazione del potere della comunicazione culmina nel Ventesimo secolo – nel secolo della   psicanalisi,   della   scuola   di   massa,   dell’industria   culturale,   della   standardizzazione   delle informazioni, del totalitarismo e della caduta del Muro di Berlino, dello stato sociale, della pubblicità, della propaganda planetaria, del villaggio globale dei media. Gli anni Sessanta con la loro atmosfera irripetibile non sono dunque da interpretare come l’inizio di una nuova fase della modernità; al contrario, in essi culmina l’anima illuminista della Modernità, la fede nel potere rivoluzionario della comunicazione interpersonale emancipata definitivamente da pressioni di interessi distorcenti, in una “democratizzazione fondamentale” che implica il prevalere di una “razionalità sostanziale”, ovvero della capacità di comprendere “le interrelazioni di eventi in una data situazione”(cf. Mannheim, 1959) sulla razionalità meramente strumentale, funzionale, efficientista. La democratizzazione  sostanziale oggi deve basarsi su una visione più inclusiva della razionalità, capaci di trovare un equilibrio tra il bios e il logos, tra la techné e l’ethos, tra la razionalità e la ragionevolezza.

Negli anni Ottanta assistiamo ad mutamento radicale del quadro: il predominio del sociale sul biologico, della comunicazione attraverso i simboli sulla trasmissione dell’informazione mediante il gene si capovolge bruscamente. Comincia infatti un’epoca più realistica, dominata dall’autorità della biologia molecolare e dall’economia neoclassica. La fiducia illuminista nella superiorità del simbolo rispetto al gene nel processo di trasmissione dell’informazione si indebolisce; la crisi investe anche il mito centrale dell’Illuminismo, quello dell’uomo come “soggetto autonomo”, consapevole di sé, capace di “riflettere su se stesso” e in questa riflessione trovare il fondamento della sua autonomia morale. Lo scrittore psichiatra Mario Tobino nel citato libro ha anticipato la critica della presunzione antibiologica che caratterizza questa interpretazione della malattia mentale così: “Per i giovani la follia è solo un misfatto della società, frutto di storte leggi, non una solenne tragedia”. La tragedia viene dal fatto che “la pazzia in ogni momento può battere all’improvviso le sue ali di pipistrello”, perché viene dall’indecifrabile “bios”, è un messaggio dei geni, di quella informazione che non si fa dominare dal potere critico ed emancipatorio della parola. Ecco come descrive la dissoluzione del linguaggio:

“Quando diciamo bicchiere tutti ci intendiamo. In un attimo raggrumiamo tante visioni di bicchieri e ne astraiamo una sola, conclusione di tutte. Un fenomeno facilissimo, neppure ci se ne accorge.

Se per un qualche mistero uno perde questa capacità, questo semplice e meraviglioso meccanismo, se li capita di dire bicchiere e non trova più l’emblema che lo rappresenta, che succede?

Ripete la parola, e di nuovo la sua eco è il vuoto, il non senso, il nulla, una paurosa silenziosa voragine.

Il  “bicchiere”  urla.  “Cosa  è?”  Dapprima  ripete  disperatamente  la  parola;  dappiù  si smarrisce a constatare che non suscita niente. La paura si unisce al dolore, la muta implorazione si tramuta in richiesta di pietà.

Diventare uomini è afferrare i concetti,  toccare il concreto.  Si comincia  bambini, si tartagliano le prime parole,  ci si impadronisce della  conclusiva  immagine di un  oggetto. “La tromba!  Voglio  una  tromba!”  proclama  il  bambino  ed  ha  ben  chiaro  il  concetto,  non  lo  si ingannerà.

(Il federale) aveva perso questo potere. Egli aveva visto dileguarsi e poi naufragare gli infiniti oggetti che circondavano la sua vita, che dall’infanzia si era costruito.”

Nella visione “culturo-centrica” degli anni Sessanta la restituzione dell’universo di “oggetti che si sono dileguati” alla persona smarrita deve  essere affidata alla parola redentrice che ci rende consci della nostra condizione e così ci guarisce dalla “pazzia che batte le sue ali di pipistrello”. Negli anni Ottanta le cose cambiano: il bios recupera i suoi diritti sulla malattia mentale e le pretese del discorso emancipante, di questa grande eredità dell’Illuminismo, vengono ridimensionate e ridotte dalla terapia scientifica alla “letteratura”.

La critica filosofica e politica mossa al mito della soggettività diventa – sotto la denominazione di “paradigma postmoderno” – la questione di (s)fondo degli anni Ottanta: essa scardina il quadro più consolidato della tradizione occidentale – l’antropocentrismo, dal cui indebolimento prende le mosse la critica ”verde” della civiltà industriale, ovvero la nuova sensibilità ecologica.