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I fondamenti teorici del ruolo e delle funzioni del CASE MANAGER

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(Ultimo aggiornamento: 27 Marzo 2018)

Nel Piano Regionale per la Salute Mentale della Regione Lombardia si ribadisce la necessità di implementare il lavoro d’équipe e l’introduzione di nuove professionalità nel vasto panorama dell’assistenza in psichiatria, quale per esempio il case manager che assume in questo contesto un’importanza fondamentale per il percorso di presa in carico del paziente grave e multiproblematico.
Il case manager o gestore del caso nasce da una concezione nuova di politica sanitaria dove il primo obiettivo diventa quello di creare una rete di servizi integrati in grado di rispondere effcacemente alla complessità della richiesta dell’utenza.
Questa ?gura non è propria della psichiatria, bensì nasce in un sistema più ampio e si adatta con successo a tutti quei campi in cui la cronicità rischia di compromettere le funzioni semplici o complesse della vita quotidiana di una persona.
Il case management è un processo integrato finalizzato a individuare i bisogni degli individui e soddisfarli con le risorse disponibili, partendo dal riconoscimento del principio fondante di unicità e complessità di ogni individuo e del suo diritto di essere protagonista del proprio percorso di cura.
Un corretto case management porta alla gestione di ogni singolo caso attraverso il coordinamento temporale e strumentale degli interventi mettendo in iterazione le forze e le professionalità assistenziali per un risultato comune utilizzando standard diagnostici e linee guida con una continua raccolta di indicatori di effcacia.


Il case management si confgura come una metodologia processuale di intervento continuativo e multiprofessionale che si articola in cinque momenti chiave:
1) la valutazione iniziale e la presa in carico;
2) la costruzione di un Piano di Assistenza individuale e multidisciplinare;
3) la messa in atto del Piano;
4) il monitoraggio periodico dei risultati raggiunti ed eventuali modifiche del Piano;
5) la chiusura del caso.

La Community Care e i suoi obiettivi
Il case management in ambito sanitario nasce negli USA e in Gran Bretagna negli anni Settanta in concomitanza con l’emergere di una nuova concezione politica sanitaria nazionale che punta alla promozione del principio di Community Care.
Secondo Folgheraiter (1991) i fondamenti della Community Care si possono riassumere nell’idea innovativa per un sistema fortemente accentratore e ospedaliero di portare la salute – intesa come stato di benessere fisico, psichico e sociale – nella comunità sviluppando una rete di servizi integrati, accessibili ed efficaci in base a tutte le risorse tecnologiche, economiche e umane disponibili.
Il principio guida fondamentale è riassumibile nell’obiettivo di integrazione sociale o ‘normalizzazione’ basato sul diritto di ogni uomo di vivere in condizioni normali e dignitose quale che sia il suo stato di salute. Per attuare questo appare necessariopotenziare una rete di servizi che si occupino del territorio ‘nel territorio’, prendendo in considerazione il potenziale curativo e riabilitativo della comunità stessa.
In quest’ottica risulta essenziale lo sviluppo di un modello reticolare, auspicato da Benzoari e Petrella (1983), che non sia solo una rete di servizi ‘fisici’, ma anche ciò che l’ambiente di vita di ogni individuo porta con sé, cioè persone, affetti, esperienze, situazioni ecc.
Tutto questo riconduce al presupposto sul quale si basa l’idea di Community Care:
il soggetto diventa il protagonista decisionale del proprio percorso di salute rendendo la Community Care lo ‘strumento più articolato, integrato e complesso di ‘risposta al bisogno’.
L’apertura verso la comunità, Il cambiamento dell’organizzazione dei sistemi socio-sanitari si configura come la naturale conseguenza di una nuova percezione da parte dell’utenza della realtà sanitaria: l’attenzione della comunità non si focalizza più sull’aspettativa di vita, ma si sposta sulla qualità della vita intesa nel suo paradigma olistico.
In ambito sanitario, la qualità percepita dagli utenti è facilmente riconducibile alla soddisfazione delle richieste che questi portano e il tradizionale sistema ospedaliero si trovava in difficoltà a sopperire alle richieste sempre più specifiche e allo stesso tempo differenziate dell’utenza in modo efficace, efficiente, fruibile e personalizzato per molteplici fattori intrinseci al sistema stesso come la burocrazia, le risorse economiche sempre più ristrette, l’obsolescenza strutturale ecc.
Il sistema di Community Care si prefigge lo scopo di superare queste barriere riformando  la  normale  concezione  di  servizio  sanitario  autosuf?ciente  e  centralista verso un’apertura concreta sulla comunità che diventa risorsa e forza motrice della salute stessa.
Premessa fondamentale perché la Community Care sia efficace è che la comunità si senta investita dei processi di cura ad autonomizzazione che la riguardano considerandoli come un interesse e un investimento comune. Questo può essere realizzato attraverso scelte politiche e gestionali specifiche per ogni territorio, per esempio per mezzo dei Patti per la Salute Mentale come è stato fatto in Lombardia.
Secondo Murphy (1991) ogni piano teso all’istituzione di Community Care deve seguire dei principi generali primi fra tutti quelli di autodeterminazione e autonomizzazione che diventano ?ne e mezzo per una salute di comunità stimolando le persone a risolvere i loro problemi con le risorse disponibili.
Si devono, inoltre, creare strutture speci?che che assicurino protezione e ospitalità riducendo la segregazione che in ambito psichiatrico si traduce in stigma e isolamento.
Le strutture devono essere accessibili all’utente sia in senso spaziale sia temporale riducendo così lo stress che accompagna il contatto dif?coltoso con il servizio.
I servizi e le strutture dovrebbero essere preferibilmente ben distribuite sul territorio e saper operare trattamenti calibrati e di provata ef?cacia sui bisogni speci?ci.
Attraverso il rispetto di questi principi Murphy auspica che la Community Care
possa assicurare:
– accessibilità ai servizi;
• rispetto della rilevanza dei bisogni della comunità;
• controllo dell’efficacia dell’operato;
• equità nella distribuzione delle risorse;
• efficienza ed economia nell’utilizzo delle risorse.
• La risoggettivizzazione del percorso di cura Il buon funzionamento del sistema
di community care offre le possibilità di:
portare a compimento i processi di deistituzionalizzazione;
• garantire la presa in carico di problemi assistenziali a lungo termine;
• diminuire il grado di dipendenza del soggetto dal sistema assistenziale;
• valorizzare le risorse non professionali della comunità;
• rendere partecipe il soggetto delle decisioni che lo riguardano.
• L’ultimo punto è collegato al rischio che corre il sistema tradizionale cioè quello di divenire una mera macchina da prestazioni specialistiche perdendo di vista il senso umano  del  servizio  che  caratterizza  il  lavoro  socio-sanitario,  soprattutto  in  ambiti dove il contatto con l’utenza e la soggettività di ogni cura sono fondamentali, come nell’ambito psichiatrico.

Tratto da “Il Case Manager nei DSM della Regione lombardia” – ed. McGraw-Hill

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