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Il manicomo virtuale

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(Ultimo aggiornamento: 27 Marzo 2018)

Il manicomio virtuale esiste attraverso lo sguardo degli altri su se stesso-paziente: lo sguardo degli altri che mantiene l’emarginazione.

Lo sguardo dell’operatore professionale che lo vede come una persona che ha bisogno d’essere protetta, quindi debole, e senza competenze.

Lo sguardo del cittadino che lo vede come una persona un po’ strana, magari pericolosa, quindi matta.

Il manicomio virtuale è una costruzione sociale potenzialmente creata da:

  • – il case manager, che ha delle attitudini protettrici e mantiene la persona in un proprio mondo senza esigenza di partecipazione attiva nella società;
  • – il paziente, che ha un’immagine di se stesso definita dall’incompetenza sociale, mancanza di spirito d’iniziativa ed emarginazione;
  • – il cittadino, che mantiene la distanza per un senso di malessere a causa delle sue paure e qualche volta i suoi pregiudizi.

Il case manager deve intervenire a questi tre livelli:

  • – su se stesso, avendo fiducia nelle capacità del paziente;
  • – sul paziente, spingendolo a creare il suo spazio nella società;
  • – sul cittadino, stimolando relazioni fra paziente e la gente comune.

È l’assenza di rapporti che nutre i pregiudizi, bisogna avvicinare i cittadini alle persone affette da malattia mentale, anche per stabilire contatti e sviluppare una collaborazione con le reti di aiuto reciproco di vicinato. Dunque, la prima tappa nel lavoro del case manager comunitario è di creare un rapporto fra il paziente e la gente comune, cosicché la bolla del manicomio virtuale divenga una frontiera porosa.
Per poter creare questo rapporto, il case manager deve farsi conoscere nella comunità locale: a questo scopo, il case manager deve rendersi visibile e accessibile nel quartiere o nel villaggio.

(estratto da “Il case manager nei DSM della Regione Lombardia” – Ed. Mcgraw-Hill)

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